Keraring Global Users Group Meeting · Londra, 13 settembre 2026
Dott. Alberto Bellone, chirurgo oftalmologo, Torino
Il 13 settembre ho partecipato come membro del panel al Keraring Global Users Group Meeting di Londra, allo Shangri-La The Shard. È l’incontro internazionale dedicato al trattamento chirurgico del cheratocono con anelli intrastromali corneali. Il racconto fotografico della giornata è sul mio sito principale: Il Dott. Bellone al Keraring Global Users Group Meeting 2026 di Londra.
Niente relazioni frontali. Un piccolo gruppo di chirurghi di diversi Paesi seduti attorno a un tavolo, con un programma costruito non sui successi ma sui problemi irrisolti: tre temi, dieci domande, niente dato per scontato. È un formato raro ai congressi, ed è proprio per questo che è utile. Questo è un breve resoconto di dove sono, oggi, quelle risposte.

Combinare i trattamenti: anelli, cross-linking, lenti fachiche
Esiste un ordine ottimale? Sinceramente, non uno che valga per tutti, e i dati lo confermano. A un anno, le tre sequenze possibili (prima il cross-linking, prima gli anelli, oppure entrambi nella stessa seduta) non mostrano differenze statisticamente significative nell’astigmatismo residuo né nella visione corretta.
Questo non rende la scelta irrilevante: sposta il criterio. Se l’evidenza non impone un ordine, l’ordine si sceglie su basi pratiche e sul singolo paziente. Su questo il panel ha convergito facilmente: la sequenza conta meno della selezione.
Un punto ha raccolto l’accordo di tutti, e merita di essere detto chiaramente.
Gli anelli cambiano la forma della cornea. Il cross-linking ne cambia il tempo. Non sono alternative, e in un paziente giovane con malattia progressiva il cross-linking non è opzionale.
Quanto alla combinazione più prevedibile, la prevedibilità non nasce dalla combinazione in sé, ma dal fatto che ogni passaggio abbia un criterio di ingresso definito. Prima rendere la cornea regolare, poi renderla stabile, e solo allora correggere il difetto refrattivo residuo, eventualmente con una lente fachica. La logica è rigorosa: una lente fachica corregge una refrazione, non una cornea irregolare. Impiantata troppo presto, sposta il problema invece di risolverlo.
Perché alcuni casi “perfetti” rendono meno del previsto
È qui che, a mio avviso, si gioca la parte decisiva di questa chirurgia, ed è il tema a cui il panel ha dedicato più tempo.
Il cheratocono non ha una forma sola. Le classificazioni per fenotipo topografico distinguono coni centrali, pattern simmetrici e forme francamente asimmetriche, in cui la zona ectasica è decentrata. La domanda che discrimina è una sola: l’asse dell’astigmatismo e l’asse dell’aberrazione principale coincidono, oppure no?
Se coincidono, un impianto simmetrico può trattare quella cornea. Se non coincidono, un impianto simmetrico appiattisce senza regolarizzare: agisce su tutta la circonferenza e non ha modo di sapere dove sta l’asimmetria. Quegli occhi hanno bisogno di segmenti asimmetrici, di lunghezza d’arco e spessore diversi, posizionati sui due assi che la cornea indica. Le serie pubblicate a sostegno di questo approccio sono coerenti tra loro ma ancora piccole, poche decine di occhi ciascuna. Indicano una direzione; non sono un nomogramma consolidato.
Il panel si è anche scontrato con un limite reale del settore. Misuriamo bene la forma della cornea: curvatura, spessore, elevazione, aberrazioni. Misuriamo molto meno bene la biomeccanica corneale nella pratica quotidiana, e gli strumenti disponibili restano in gran parte confinati alla ricerca. Quando un caso rende meno del previsto senza una ragione geometrica evidente, spesso ci manca proprio la misura che lo spiegherebbe.
Il mio contributo è stato metodologico: controllare i numeri che nessuno legge. Dopo un impianto è normale che gli indici riassuntivi migliorino: la curvatura media scende, l’astigmatismo cala. Ma la visione non dipende dalle medie; dipende da come è distribuita l’irregolarità. Gli indici di simmetria e le aberrazioni di alto ordine possono peggiorare mentre tutti i numeri in evidenza migliorano, e il paziente vede male con un referto che sembra buono.

Che cosa ci ha insegnato l’espianto
Nei manuali la rimozione degli anelli sta nel capitolo delle complicanze, accanto a estrusione, migrazione e infezione. Le cifre sono rassicuranti: nei centri ad alto volume il tasso di espianto va da zero a poco più dell’uno per cento.
Ma i dati pubblicati dicono un’altra cosa, spesso trascurata. La maggior parte degli espianti non sono complicanze. Sono elettivi, eseguiti perché il risultato visivo non è soddisfacente: il segmento è integro, l’occhio è tranquillo, e il segmento è semplicemente quello sbagliato per quella cornea.
La distinzione ha conseguenze pratiche. Se la rimozione è trattata come una complicanza, la si evita, e il paziente aspetta. Se è trattata come una correzione, la si pianifica, e la si fa presto.
La reversibilità è la vera forza della tecnica. A differenza della chirurgia che asporta tessuto, un impianto di anelli non distrugge nulla: aggiunge un elemento all’interno dello spessore corneale. Quando viene rimosso, la cornea tende a tornare verso lo stato precedente. Questo significa due cose insieme: un impianto sbagliato non è una sentenza definitiva, e l’effetto di un impianto corretto va mantenuto, perché è l’anello a tenere quella forma, non una guarigione della malattia.
I dati biomeccanici a lungo termine restano scarsi, soprattutto nei pazienti operati molto giovani. Quello che la letteratura documenta sono eventi tardivi rari ma reali: frattura spontanea del segmento a distanza di anni e senza trauma, estrusione tardiva, migrazione verso l’incisione. Non sono ragioni per abbandonare la tecnica, l’incidenza è bassa, ma bastano per considerare il follow-up a lungo termine parte del trattamento e non un optional. Un paziente operato a vent’anni ha davanti decenni di sorveglianza.
La domanda più interessante del programma era l’ultima: che cosa rivelano i casi espiantati sul modo in cui questi impianti funzionano davvero. La spiegazione classica dice che aggiungere volume in periferia appiattisce il centro: più materiale, più effetto. Descrive bene i coni centrali simmetrici e male tutto il resto. Quello che suggeriscono gli occhi rioperati è diverso: un impianto ad arco completo appiattisce molto e regolarizza poco, mentre segmenti più corti, distribuiti in modo asimmetrico e con meno materiale totale, possono regolarizzare molto di più. Se questo regge, la parte attiva del trattamento non è solo ciò che si inserisce, ma dove si lascia il vuoto, e la geometria conta più della quantità. È un’ipotesi di lavoro, non una conclusione dimostrata, ed è stata discussa come tale.
Che cosa significa per un paziente
Se dovessi ridurre la serata a una frase: la parte decisiva di questa chirurgia non avviene in sala operatoria.
Profondità del tunnel, precisione del taglio, centratura dell’impianto sono problemi che il laser a femtosecondi ha in gran parte risolto, e distinguono un chirurgo dall’altro molto meno di un tempo. Quello che resta da decidere (quanti segmenti, quale lunghezza d’arco, quale spessore, su quali assi, e prima o dopo il cross-linking) si decide giorni prima, davanti a uno schermo, leggendo le mappe corneali. È lì che un risultato si costruisce o si perde.
Quindi, quando viene proposto un intervento per il cheratocono, è ragionevole chiedere da quali esami è stata scelta la geometria dell’impianto, e non solo quale tecnologia verrà usata in sala.
Un’ultima cosa che vale la pena dire: molte delle domande che ci siamo posti a Londra non hanno ancora una risposta definitiva. Un settore che si riunisce per discutere i propri punti deboli, invece di esibire i propri risultati migliori, è un settore in buona salute.
Per approfondire su questo sito: anelli intrastromali, nomogramma degli anelli intrastromali, corneoplastica, iontoforesi corneale (cross-linking transepiteliale), diagnosi del cheratocono. Per valutare il tuo caso: contatti.
Riferimenti bibliografici selezionati
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Dichiarazione di trasparenza. La partecipazione al meeting è avvenuta su invito di Mediphacos, che ha coperto le spese di viaggio. Non ho interessi finanziari nella società, nessun contratto di consulenza e non ho ricevuto compensi come relatore. Sono chirurgo certificato per l’impianto di lenti ICL e centro di riferimento per STAAR Surgical, nell’ambito di un accordo di collaborazione concluso nel 2024.
Questo articolo ha finalità informative generali e riporta una discussione scientifica in corso. Non sostituisce una visita oculistica: ogni caso di cheratocono ha caratteristiche proprie e il trattamento va valutato individualmente.



